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La UE usa il pilota automatico

20 ottobre 2018

Il Ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona, risponde a Orsi & Tori su Italia Oggi di sabato scorso, in cui veniva chiamato in causa a proposito dell'ineluttabilità di realizzare misure non convenzionali per la riduzione dello stock di debito, uno dei cavalli di battaglia degli ultimi anni del professore prima della sua attuale esperienza di governo.

Caro Paolo, rispondo al tuo accorato appello di affrontare il problema dell'eccesso di debito pubblico, la «pietra dello scandalo» con Bruxelles, ben sapendo che nessuno più di me, anche dalle colonne del tuo illustre quotidiano, ha ricercato soluzioni più radicali di quella di affidare la riduzione agli avanzi primari di bilancio pubblico.

Come tu stesso riconosci, di siffatte pietre ne esistono due: non fa infatti meno scandalo la mancata crescita del pil. La trascuratezza nell'affrontare il problema dell'eccesso di debito pubblico rispetto agli accordi presi in sede europea affonda le radici nel passato; nasce a seguito della crisi petrolifera della prima metà degli anni 70 del secolo scorso e si aggrava dopo la crisi finanziaria mondiale che ha inizio nel 2008. Il ritmo è il seguente: ai primi anni 70 il rapporto debito pubblico/pil era di circa il 40% e si innalzò al 60% all'inizio degli anni 80; continuò a crescere raggiungendo il 100% alla vigilia della firma del Trattato di Maastricht. Da quel momento avremmo dovuto osservare una riduzione, invece prese a oscillare intorno al 120%. Con lo scoppio della crisi finanziaria globale il rapporto si è impennato fino a superare il 130% e, ancora oggi, ci troviamo in questa situazione.

Quando Ciampi, nel 1993, mi chiese di ricoprire l'incarico di Ministro dell'industria, gli dissi che valutavo fossimo stati chiamati anche per risolvere l'eccesso di debito pubblico italiano. Preparai con Michele Fratianni un progetto di conversione di questo debito agganciato con il progetto di privatizzazione delle partecipazioni statali, obbiettivo del governo. Ho già ricordato, in più scritti, che la risposta di Ciampi fu che, se lo avessimo fatto, non avremmo retto alla pressione della politica per incrementarlo nuovamente, essendo il nostro un governo tecnico.

Che vedesse giusto, lo conferma il fatto che il Parlamento rifiutò di tramutare in legge la proposta di destinare i ricavi delle privatizzazioni al rimborso del debito pubblico, limitandosi ad approvare un ordine del giorno nel quale impegnava il governo a farlo. Come è noto, i governi che seguirono non ottemperarono alla raccomandazione, ma emerse con chiarezza quello che continua a essere l'approccio al problema: l'elevato debito è un argine a impedire che esso cresca, quindi è meglio tenerlo come tale.

Miei illustri colleghi di Banca d'Italia si sono alternati al Ministero del Tesoro, oggi Mef e si sono rifiutati di prendere in considerazione i suggerimenti di soluzione, come quelli presentati nel tuo illustre giornale (mi riferisco ai piani Fratianni-Rinaldi-Savona e Salemo Aletta-Monorchio). Italia Oggi (assieme a Milano Finanza) ha il merito di avere dedicato costante attenzione al problema e sollecitato inutilmente i governi che si sono susseguiti.

Queste proposte centrate sull'uso del patrimonio pubblico, prima a seguito della vendita, poi come garanzia, hanno perso validità. Il governo di cui faccio parte, trovandosi di fronte a una nuova recessione dovuta alla guerra commerciale in atto, a una inversione della politica monetaria e a una carenza di politica fiscale, ha concentrato la sua attenzione sulla crescita reale, affidando a questa variabile la riduzione del rapporto in questione. Poiché sono convinto come te che occorre fare di più, ho ripetuto una mia vecchia idea nel documento inviato a Bruxelles intitolato "Una politeia per un'Europea più forte e più equa". Considero la sistemazione dei debiti in eccesso al 60% del pil un obbiettivo centrale per la sopravvivenza dell'euro e dell'Ue. Le soluzioni tecniche esistono, ma manca la volontà politica di farlo.

La proposta avanzata in quel documento è la sistemazione degli eccessi di debito pubblico in contemporanea con l'introduzione di parametro di stabilità del deficit di bilancio pubblico che non sia fisso, ma cresca al massimo come il pil, per evitare che si formi un nuovo rapporto sopra il 60%. Uno Stato, come un'impresa che cresce, può aumentare percentualmente il suo debito meno della percentuale del valore aggiunto che produce, mantenendo così il suo equilibrio finanziario. La governance dell'Unione europea ignora questa regola elementare e fa dei due parametri fiscali, per giunta rafforzati con il fiscal compact, simboli immutabili, veri piloti automatici sostitutivi di una politica economica responsabile di fronte ai continui mutamenti delle vicende geopolitiche-economiche da affrontare.

Il concetto di Ciampi, che gli eccessi fossero un argine al debito, è stato superato da quello mai espresso chiaramente, ma operante di fatto, che essi siano lo strumento per piegare i paesi «spendaccioni», costringendoli ad accettare la «sovranità europea» fatta di politiche deflazionistiche; queste vengono considerate le uniche valide per creare, come dice Juncker in chiusura del suo Messaggio sullo Stato dell'Unione 2018, condizioni che consentano ai nostri pronipoti di soddisfare i loro bisogni di crescita e «respirare in pace».

E' lecito domandarsi che cosa ne facciamo dei figli e dei nipoti disoccupati e poveri oggi esistenti, prima di arrivare ai pronipoti? Con questo orientamento si crede veramente di tenere insieme l'Unione europea? La saldatura della stabilità sociale e politica europea con la politica monetaria ed economica deve avvenire con una nuova definizione dei compiti della politica fiscale tra Stati membri e Unione europea, la quale richiede una preventiva sistemazione degli eccessi di debito. E ovvio che ciò deve essere fatto garantendo che i debiti di un paese non gravino sugli altri, ma vengano protetti dagli attacchi speculativi che trovano alimento nella stessa politica europea di subordinare la crescita alla stabilità, invece di porre questi obiettivi sullo stesso piano.

Un'Europa più forte e più equa , Fiscal compact , debito pubblico
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