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Europa, elezione diretta per avere più democrazia

11 febbraio 2018

(intervento del Sottosegretario Gozi sul Corriere della Sera)

Caro direttore, per il Pd la scelta europea dell'Italia è fuori discussione. Senza Europa le nostre vite sarebbero peggiori, avremmo meno benessere, meno diritti e meno protezioni. Il 4 marzo l'Italia sceglierà se vorrà guidare il nuovo processo di riforma dell'Unione, verso gli Stati Uniti d'Europa, o restarne ai margini, illudendosi di poter chiudere il mondo fuori dalla porta, arroccandosi tra i quattro muri della politica nazionale. Noi vogliamo costruire un'Unione molto più forte e più giusta: senza obbligare nessuno a procedere su questa via, ma senza accettare i veti di nessuno.

In questo nuovo disordine globale, solo l'Europa politica può permetterci di riprendere veramente il controllo sul nuovo capitalismo digitale, sull'immigrazione, il terrorismo o il cambiamento climatico, per fare solo alcuni esempi. Vogliamo molta più democrazia e molta più politica in Europa: per questo proponiamo l'elezione diretta del presidente della Commissione, l'unificazione di questa carica con quella di presidente del Consiglio europeo e liste transnazionali per l'elezione di una quota di europarlamentari già nel 2019. Perché solo se i cittadini sceglieranno direttamente il loro presidente e i loro rappresentanti in partiti e movimenti europei potremo avere una vera democrazia europea, che moltiplichi sicurezze, protezioni e opportunità.

Dobbiamo creare una governance della zona euro molto più efficiente e più democratica. Ma anche una compiuta Unione Economica non basterebbe senza un'Unione Sociale europea altrettanto forte. Rafforziamo allora le politiche di solidarietà, con un'assicurazione comune contro la disoccupazione o la «Children Union» per il contrasto alla povertà educativa e sostenendo il Piano Prodi per investimenti sociali pari a 150 miliardi all'anno. La nostra idea di sicurezza passa attraverso una difesa comune e scommette, allo stesso tempo, molto di più sulla cultura, sulla ricerca, sull'Erasmus e sul servizio civile europeo. E significa politiche comuni per i rifugiati, controllo della migrazione economica e rimpatri più celeri di chi non ha diritto di rimanere nell'Unione. Né basta cambiare il regolamento di Dublino, votato nel 2003, sotto Presidenza italiana e contro gli interessi italiani: dobbiamo anche negare fondi a quei governi che violano lo stato di diritto e gli obblighi di solidarietà, in particolare il diritto di asilo. Per questo, dobbiamo anche continuare ad affrontare le principali debolezze italiane. Per un Paese ad alto debito come il nostro, la credibilità e la sostenibilità dei conti pubblici è costantemente sottoposta al giudizio dei mercati: i livelli dello spread all'epoca del governo Berlusconi nel 2011 sono lì a ricordarcelo. L'unica terapia in grado di condurre a una riduzione del rapporto debito/Pii (dal 132% al 100% in io anni) sono le riforme e la crescita. Chiedere di andare oltre il Fiscal compact non significa ignorare il debito pubblico, ma correggere le attuali incoerenze delle regole di bilancio europee, innanzitutto incentivando gli investimenti produttivi.

In questi quattro anni, l'Italia è stata decisiva e ha difeso i suoi interessi e la sua visione europea in tanti negoziati, dalla flessibilità di bilancio al mercato unico digitale, dalla tutela dello Stato di diritto nell'UE alla nuova strategia verso l'Africa. L'Europa è politica interna. Anzi, è la parte più rilevante della politica interna. Ecco perché il 4 marzo sceglieremo anche il posto che l'Italia dovrà occupare in Europa.

riforme , immigrazione , Regolamento di Dublino
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