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Gozi e la soluzione del rebus Atene. «Aiuti e riforme. Ma senza troika»

24 febbraio 2015

(intervista di QN al Sottosegretario Gozi)


«Dobbiamo uscire dall'Europa a taglia unica, l'Europa che ritiene che le stesse ricette vadano bene per Paesi ed economie che sono molto diverse. L'accordo trovato con la Grecia, dopo un periodo di gravi errori ascrivibili in primis a chi ha governato quel Paese e poi anche al metodo della troika, è un segnale in tal senso. Si va nella direzione del principio che uno Stato che vuole stare nell'unione monetaria e condivide gli obiettivi è libero di scegliere il percorso per raggiungerli».

Così Sandro Gozi (Pd), sottosegretario con delega agli Affari Europei. L'impressione è però che Atene sia stata costretta a più miti consigli rispetto all'approccio iniziale di Tsipras. «Io credo che nel negoziato tutti abbiano messo l'asticella molto molto alta. Atene, Berlino, altre capitali. E spesso quando l'asticella è troppo alta si è costretti a passarci sotto. Mi sembra che il negoziato sia stato duro, però, dalle indiscrezioni che filtrano, pare che abbia prodotto una soluzione realistica e positiva per tutti».

Perché realistica e positiva?
«Tutti hanno ottenuto qualcosa. Sembra sia stato allungato fino a giugno il programma di assistenza, che era una delle richieste della Grecia, in cambio di impegni importanti e su punti di interesse per tutti noi».

Nel senso?
«Se nel piano della Grecia c'è un più forte impegno nella lotta contro la corruzione, il contrabbando, l'evasione fiscale, per accelerare la riforma della pubblica amministrazione e introdurre un po' più di giustizia sociale, questo è qualcosa che interessa i greci, perché questi sono gravi problemi che quel Paese ha, ma è anche di interesse anche per noi perché condividiamo una moneta e vogliamo condividere una economia e quindi è importantissimo avere un governo che si impegna a raggiungere obiettivi riformisti e che lo faccia indicando le sue priorità».

È veramente cambiato l'approccio?
«Sta cambiando. Non è più la troika che dà indicazioni da applicare a scatola chiusa, un concetto basato su una logica di emergenza che ha provocato tanti errori. Si ascolta il Paese in difficoltà, si decide assieme. E questo è un passo in avanti».

Che cosa insegna la crisi greca?
«Due cose. Primo, che l'Europa deve cambiare il modo di negoziare. Abbiamo lunghi eurogruppi, vertici infiniti. Ci mettiamo troppo tempo a trovare soluzioni. Bisogna ragionare come si può governare meglio l'euro e questo sarà il nostro impegno nei prossimi mesi. E evidente che non si può lasciare tutto ai negoziati tecnici: serve più politica, più capacità di visione. E poi la seconda lezione è che nel caso greco ci sono stati degli eccessi, misure che non erano sostenibili: per approfondire l'unione economica e monetaria non possiamo ignorare la dimensione sociale e la necessità di una convergenza che non sia al ribasso».

Venerdì la Commissione doveva dare i giudizi sulle finanziarie italiana, francese e belga, ma l'appuntamento è slittato. Dobbiamo temere qualcosa?
«Non direi proprio. Il ministro Padoan, nel documento inviato a Bruxelles, ha dato indicazioni molto chiare. Noi crediamo che le riforme che stiamo portando avanti siamo il percorso giusto. Ma non basta. Adesso noi porremo un altro grande tema: come le nuove politiche dell'euro possono incoraggiare le riforme strutturali nazionali, quando queste sono serie. E un tema che si lega a quello della condivisione delle politiche. Dobbiamo tornare a un sistema nel quale ci si fida uno dell'altro, nel quale un Paese che fa le riforme non è continuamente trattato da scolaretto, ma incoraggiato e accompagnato. E su questo noi, ripeto, faremo presto delle proposte».
Alessandro Farruggia

Grecia , riforme
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