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Lectio magistralis su "Una politeia per un'Europa diversa, più forte e più equa"

15 febbraio 2019

Il testo della Lectio magistralis del Ministro Paolo Savona su "Una politeia per un'Europa diversa, più forte e più equa", che si è tenuta presso Palazzo Soragna, sede dell’Unione industriale di Parma.

Ringrazio il Presidente dell'Unione Parmense degli Industriali Annalisa Sassi e il Presidente della Fondazione Collegio Europeo di Parma Cesare Azzali per avermi sottratto agli "ozi romani". Invero proprio ozi non sono, avendo già precisato l'alto significato del termine tratto dalla cultura romana nella mia rubrica "Ozi e negozi" tenuta decenni orsono sulla prestigiosa e storica Gazzetta di Parma. Il negotium, la negazione dell'ozio, era la scelta di dedicarsi agli affari e l'otium alla cura del sapere e del buon vivere.

La collaborazione con l'Unione industriali e la Gazzetta è nata nel corso della mia esperienza in Confindustria con Guido Carli e mi ha legato a lungo con i molti successi e alcune tristi vicende della città, consolidando la mia profonda amicizia con Giorgio Orlandini, che intendo oggi ricordare e onorare come libero e intelligente pensatore e lungimirante ed efficace operatore economico.

Le quattro qualifiche (libero, intelligente, lungimirante ed efficace) sono state da me attentamente valutate non come un attestato di circostanza, ma come l'attestato di una vita ben spesa. I suoi rapporti con l'Unione Europea sono stati costanti e caratterizzati da un tratto umano ammirevole, sia pure mascherato dal suo consueto atteggiamento burbero, che hanno attirato le simpatie di Carli, Karel Van Miert e Havier Ortoli, per ricordarne solo alcuni, i quali frequentarono ripetutamente Parma e, se non vi pare fuori luogo il termine, l'amarono come era accaduto a me.

Da quando ho preso impegno di tenere questa lectio, nella vita del Paese e in quella mia personale sono accadute molte cose. Esse non sminuiscono la validità del tema da me scelto: Una politeia per un'Europa diversa, più forte e più equa, oggetto di un documento che ho inoltrato a Bruxelles e Francoforte il 7 settembre 2018. Lo scopo dell'iniziativa è stato quello di invitare le due autorevoli istituzioni ad aprire un dialogo sulle riflessioni da me avanzate per conto del Governo italiano al fine di perfezionare l'architettura economica dell'Unione Europea e le relative politiche, per creare un'organizzazione capace di perseguire il bene comune, appunto una politeia, uscendo da una concezione meccanicistica di regole di governance di sta portando i paesi fuori strada.

Sarei stato ingenuo se avessi sperato in un'immediata e favorevole accoglienza; sulla scia degli insegnamenti di Carli e di Paolo Baffi, miei grandi maestri, sono però rimasto un inguaribile idealista e non ho mai smesso di credere che una buona idea fa più rumore del sempre invocato e assai popolare "pugno sul tavolo". Sono perciò certo che il contenuto del documento si farà strada in un modo o nell'altro. Ne è testimonianza la recente creazione di un gruppo ad alto livello per discutere di unione bancaria europea e di soluzione delle crisi finanziarie, che considero una parziale attuazione delle buone idee espresse nel documento. È facile disfarsi di un pugno sul tavolo, ma è assai più complicato farlo per un'idea ben posta.

Spendo poche parole per chiarire il contenuto di cosa sia un'idea ben posta, ovviamente in economia data la mia specializzazione. Farò uso di concetti mutuati dalla teoria, ritenendoli adatti al contesto accademico che mi ospita insieme all'Unione industriali.

Come in molte discipline, soprattutto se trattano dell'uomo, esistono varie correnti di pensiero. Secondo una popolare scala dei valori sociali, comune al liberalismo e al socialismo, un'idea è ben posta se è capace di indurre una politica che crea sviluppo nella stabilità, occupazione e un'equa distribuzione del reddito. Per sviluppo intendo la definizione di Jan Tinbergen – padre della politica economica insieme a John Maynard Keynes, Michael Kalecki e pochi altri – secondo cui si deve considerare tale un movimento verso l'alto dell'intera società, quindi non solo la sua pur indispensabile crescita materiale. Ogni lacuna o squilibrio tra le tre istanze indicate (sviluppo nella stabilità, occupazione ed equa distribuzione) comporta conseguenze politiche come quelle che stiamo vivendo, non solo in Italia.

Se la lettura della realtà che ci circonda viene fatta con la lente della logica induttiva, la conclusione sarebbe che il sistema europeo ha difetti perché nessuno dei tre risultati attesi con l'attuale governance si è realizzato per l'insieme dei 28 paesi membri; è ancor più grave che, per alcuni di essi, le cose siano andate e vadano meglio e per altri peggio, la vera causa che va minando la coesione tra paesi membri. La Brexit è una preoccupante testimonianza. Indossando invece la lente della logica deduttiva, si è preferito sostenere che, se si fanno riforme (soprattutto del mercato del lavoro, della concorrenza e della pubblica amministrazione) e si controlla la creazione dell'euro, allora le cose andrebbero meglio per tutti. Questa impostazione sarebbe accettabile se si governasse in contemporanea la domanda aggregata per attenuare gli stati di arretratezza strutturale e le variazioni cicliche al fine di non creare problemi agli equilibri sociali e politici già precari.

Nell'Unione manca questo equilibrio tra offerta e domanda dato che le riforme auspicate privilegiano la stabilità, considerata motore della crescita, e pongono in secondo piano la crescita, motore della stabilità. È un tipico caso di reverse causation che la politica economica incontra sovente nel suo cammino. Esco dalla teoria sottostante ed entro nei contenuti pratici della proposta avanzata nel documento in esame. Uso ancora un concetto di cui si fa largo uso nelle analisi economiche, quello della relazione tra strumenti e obiettivi.

Il TUE, Testo Unico Europeo, all'art. 3 indica una lista degli obiettivi che l'Unione Europea avrebbe dovuto perseguire. Essa è talmente ampia e ambiziosa che si potrebbe obiettare che i firmatari abbiano esagerato. Eppure essa rappresenta la scala dei valori largamente condivisa da tutti i popoli europei che si può considerare la base sulla quale si è formata la volontà di dare vita all'Unione, inizialmente di 12 paesi e ora di 27, dopo l'uscita del Regno Unito. Seguendo la logica indicata, da economista politico, sono andato alla ricerca degli strumenti con cui si intendeva raggiungere questi obiettivi e ho trovato solo tracce vaghe e insufficienti. È invece molto chiara l'esplicitazione dei modi in cui questi strumenti sarebbero dovuti essere scelti nel corso dell'attuazione del Trattato di Maastricht.

All'art. 3b viene detto che i criteri sono tre: attribuzione, sussidiarietà e proporzionalità. Il primo significa che l'Unione agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono attribuite dagli Stati membri. Il secondo che l'attribuzione è lecita se e in quanto gli obiettivi dell'Unione non posso essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri. Il terzo che il contenuto e la forma dell'azione si limitano a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei trattati. Una volta superati i primi due scogli, la navigazione legittimerebbe ben altri interventi rispetto ai limiti posti agli stanziamenti del bilancio dell'Unione (poco più dell'1% del PIL europeo).

La logica economica indica che a ogni obiettivo va applicato almeno uno strumento, meglio più d'uno. Perciò il modello ipotizzato dal Trattato di Maastricht e ripetuto in quelli susseguenti non può funzionare per carenza di esplicitazione della base empirica. Forse coscienti di ciò, i firmatari decisero di lasciare ai singoli paesi membri il compito di attivare gli strumenti necessari; poiché questa decisione avrebbe comportato politiche fiscali diverse che avrebbero disturbato il buon funzionamento del mercato comune e della moneta unica, fu deciso che queste politiche fossero sottoposte a vincoli parametrici di bilancio statale e di debito pubblico specificati in un addendum al Trattato di Maastricht (3% sul deficit e convergenza verso 60% per il debito pubblico rispetto al PIL). I paesi sono quindi liberi di agire, ma restano vincolati sul piano finanziario. Per chi, come l'Italia, fin dall'inizio aveva un rapporto debito/PIL di 104, la politica fiscale restava, come suol dirsi, "al palo". Le conseguenze deflazionistiche erano inevitabili.

L'accordo è quindi un'incompiuta, come anche i vertici europei hanno riconosciuto; in musica o in letteratura le incompiute hanno il loro fascino, in economia non di rado creano guai.
Su questo intreccio di giuste ambizioni e di vincoli statuiti per soddisfarle si sta combattendo l'ennesimo conflitto europeo, per fortuna più civile rispetto alla guerra, ma non meno rilevante per la coesione politica interna e la collocazione geopolitica dell'Unione.

La politeia proposta nel documento citato riconosce che lo sviluppo dell'Italia ha bisogno di un mercato competitivo ampio a livello europeo, come attuazione specifica degli accordi mondiali di libero scambio (racchiusi nello Statuto del WTO) e una soluzione monetaria più radicale rispetto al dollar standard, in quanto impedisce le svalutazioni. Va però riconosciuto che, nell'attuazione di un contesto competitivo stabile per l'Europa a 27, è stato compiuto un notevole passo avanti, altrettanto non è stato fatto per le tre componenti della scala dei valori sociali condivisa. Per raggiungere questo obiettivo il documento suggerisce i provvedimenti che ricordo in estrema sintesi, rinviando al testo per una più esatta conoscenza dei contenuti e delle motivazioni:

a) Politica monetaria e finanziaria

  1. Attribuire alla BCE un esercizio pieno e indipendente della funzione di intervento sul mercato (lender of last resort) per contrastare la speculazione sui titoli sovrani e gli andamenti anomali del cambio dell'euro.
  2. Sistemare gli eccessi di debiti sovrani rispetto agli accordi raggiunti, attivando opportune tecniche per non spostare il peso dei rimborsi su Stati membri diversi da quelli emittenti al fine di poter attuare politiche di controllo dei deficit pubblici non deflazionistiche.


b) Politica fiscale

  1. Attuare un piano di investimenti a livello europeo finalizzato al controllo della domanda aggregata per fini anticiclici e per altri finalizzati alla rimozione dei divari di produttività tra aree geografiche, settoriali e dimensionali.
  2. Rimuovere le diversità di trattamento tributario tra paesi membri per consentire l'affermarsi di una concorrenza leale e un più adeguato trattamento degli aiuti di Stato.

Queste lacune istituzionali e politiche si sono sovrapposte ai problemi che l'Italia ha trascinato nel tempo. È riduttivo ritenere che siano i difetti del nostro paese ad aver causato lo stato di crisi dal quale tentiamo di uscire dopo la fine del mondo diviso in due blocchi (1989), l'avvento di potenze che vantano il triplo della capacità demografica europea (1995) e la crisi finanziaria mondiale (2008). Nonostante ciò l'Italia resta tra i primi 10 paesi del Pianeta, ma attraversiamo una fase storica in cui rischiamo di esser schiacciati dalle scelte altrui e necessitiamo di un guizzo di fantasia e vitalità, da noi ancora abbondante, ma costretto entro una visione pessimistica interna ed esterna del nostro futuro frutto di un uso improprio della logica induttiva.

Il documento inoltrato a Bruxelles è il primo sistematico schema di analisi e proposte di completamento dell'architettura e della politica economica europea avanzato dall'Italia. Esso invita al dialogo, non allo scontro. Spero che venga colta la positività della visione secondo cui non esiste sul piano del metodo di analisi dei problemi economici, ancor meno in quelli socio-politici, uno strumento dirimente e le dispute possono continuare all'infinito rischiando di condurre a una rottura dell'Unione, invece che al suo progresso.

Quella che viviamo è una situazione che ha tutte le caratteristiche di aporia e di antinomia, ossia di irrisolvibilità del problema e di impossibilità di disfarsene.

Come superarla? Accogliendo nell'architettura e nella politica europea la razionalità economica che mancante attraverso la creazione di una cultura condivisa. La proposta alla quale attribuisco maggiore importanza, che tocca da vicino il Collegio europeo che insieme all'Unione industriali che mi ospita, è muovere verso una Scuola comune di ogni ordine e grado che, integrando le culture nazionali e valorizzandone i contenuti di pace e benessere, ripercorra la strada che l'Italia indicò quando raggiunse la sua unità: fatta l'Europa, si devono fare gli europei.

Occorrerà tempo, forse molto tempo, un tempo da utilizzare per fare meglio funzionare la macchina esistente, ma è la sola formula che consentirà di realizzare il sogno dei Padri fondatori di un'unificazione europea che garantisca effettivamente pace e benessere duraturi.

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