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Audizione sulle prospettive di riforma dell'Unione Europea

30 gennaio 2019

Il testo dell'intervento del Ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona, in audizione in Commissioni congiunte Esteri e Politiche UE di Senato e Camera un'audizione sulle prospettive di riforma dell'Unione Europea.


Rispondo al quesito postomi sulle relazioni con l'Unione Europea dopo la presentazione del documento "Una politeia per un'Europa diversa, più forte e più equa", redatto in attuazione del punto 29 del Contratto di Governo.

La mia valutazione è che vi sia una crescente consapevolezza:

  1. dell'esistenza di una domanda aggregata carente, non risolvibile con le sole riforme, ossia con “politiche dell'offerta”, secondo cui gli impulsi esogeni devono venire dalla modifica dei parametri che legano gli strumenti agli obiettivi e non imprimendo impulsi esogeni;
  2. della mancata soluzione del problema degli eccessi iniziali dei debiti sovrani non risolvibili con la “clausola di convergenza” di Carli, né con avanzi di bilancio pubblico sganciati dalle differenze strutturali di produttività tra paesi e aree dello steso territorio e dalle vicende congiunturali e shock esogeni;
  3. dell'aver trascurato che i trattati avevano riconosciuto fin dall'inizio l'importanza degli investimenti (BEI, TENT, Piano Juncker) come una risposta corretta ai problemi 1 e 2;
  4. della limitatezza della scelta di considerare prioritaria la stabilità monetaria e poi finanziaria rispetto alla crescita reale, invece di un'azione parallela su entrambi i fronti da parte dell'UE.

Il punto di avvio delle richieste avanzate nel citato documento è che gli obiettivi perseguiti con i Trattati sono chiaramente esplicitati nell'art. 3 del TUE, tra i quali mi limito a ricordare "la piena occupazione e il progresso sociale"; è stata invece omessa l'indicazione degli strumenti per perseguirli. Si ritenne che questi ultimi potessero essere scelti cammin facendo sulla base dei principi di attribuzione/sussidiarietà/proporzionalità indicati nell'art. 3b.

Se non attribuito agli organi dell'Unione uno strumento, pur individuato come necessario, sarebbe restato inattivo. Esso però poteva essere attivato se il singolo paese membro non avrebbe potuto provvedere da solo; ma, in questo caso, l'intervento della UE sarebbe dovuto essere proporzionale ai bisogni e alle risorse disponibili.

In Europa siamo a un punto tale che l'integrazione economica, monetaria e finanziaria raggiunta rende difficile escludere la sussidiarietà, mentre sussiste la proporzionalità. Non mi risulta che le verifiche fatte a livello europeo seguano questi criteri, pur invocati continuamente.

Perciò il Governo ha chiesto di creare un Gruppo di analisi ad alto livello per discutere la necessità:

  1. di un lender of last resort propriamente operante (whatever it takes, per usare la definizione popolare di Draghi),
  2. di una politica del cambio che protegga l'euro dagli shock esogeni;
  3. di sistemare gli eccessi di debito pubblico con tecniche opportune che non causino beggar-thy-neighbour;
  4. di attivare una politica degli investimenti finalizzata alla rimozione delle diversità strutturali nella produttività intraeuropea e contrastare i mutamenti ciclici;
  5. di eliminare le diversità tributarie o considerarle nei giudizi concernenti gli aiuti di Stato.

A che punto siamo?

È difficile pronunciarsi di fronte a istituzioni o vertici che verranno sostituiti nel corso dell'intero 2019. Una volta saltata la porta del settembre 2018, data di presentazione della nostra proposta di aprire un dialogo, sono venuti meno interlocutori stabili e quelli esistenti sono troppo legati a una visione alternativa alla nostra politeia. Nondimeno questi vogliono lasciare un ricordo positivo, la cui ampiezza è ancora tutta da valutare. Vi sono sintomi che si intende approfondire l'Unione della stabilità insieme a quella dello sviluppo. La lettura che offro a questo consesso dello stato attuale delle relazioni con l'UE è pertanto positiva, ma deve essere sottoposta a verifica.

È stato creato un Gruppo ad alto livello che inizialmente era destinato a completare l'unione bancaria (fondo tutela depositi e risoluzione delle crisi) ma, anche su richiesta italiana è stato deciso di ampliare lo scopo per accogliere altri aspetti connessi. In particolare il ruolo dell'ESM e i termini di sua operatività. Potrebbe essere un'apertura al rafforzamento della funzione di lender of last resort o anche al governo degli eccessi di debito. La disputa sarà sulle "condizionalità", quelle che hanno portato a eccessi di austerità.

Per la politica fiscale esiste la proposta francese di creare un fondo per la lotta alla disoccupazione, unitamente al rafforzamento della funzione monetaria dell'ESM. Per questa proposta la condizionalità è prevalente, fino a spingersi alla rinuncia alla sovranità fiscale o, quanto meno, un più stretto coordinamento. La mia posizione è: verifichiamone l'indispensabilità, ma creiamo i due strumenti.

Vi è inoltre una particolare attenzione sullo strumento European Safe asset, che lascia ben sperare. Esiste un documento del Centro ricerche Peterson oggetto di molta attenzione da parte della Commissione.

Un segnale contradditorio proviene invece dal modo di considerare la libera scelta delle banche, per le quali si propone un duplice limite: dismissione del business più proficuo, quello del recupero crediti; limiti agli acquisti di titoli pubblici. Su di essi esprimo la mia contrarietà perché introducono impedimenti alla libera scelta delle gestioni bancarie e del mercato dei titoli.

La mia posizione è di pervenire alle decisioni una volta decisi gli altri punti di fondo indicati, non come presupposto per pervenire a queste decisioni, dando vita a soluzioni inefficaci e creando ritardi incoerenti con i ritmi con cui si evolve l'economia e la politica mondiale.

politeia , futuro dell'Unione
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